Belgrado. Una scelta decisamente spregiudicata, proprio
negli anni in cui le truppe regolari e irregolari di Milosevic massacravano
migliaia di musulmani. Praticamente si era in flagranza di reato. Malgrado
l’embargo, le relazioni Italo-jugoslave
erano amichevoli, tanto che una delegazione serba andò a Torino, e il ministro
degli Esteri Antonio Martino era il benvenuto a Belgrado, dove la stampa governativa
gli attribuisce frasi impegnative: “Il
commercio cancellerà le tracce della guerra”. Per il governo Berlusconi
Milosevic non è il problema, ma la
soluzione. Si trattava, come dice Martino, di aiutarlo “ad uscire
dall’isolamento. Corre rischi ad opera dei falchi del suo Paese. Senza la
cooperazione internazionale sarebbe in pericolo”. Dobbiamo dire già fin d”ora che Antonio Martino ha due
particolarità: la prima riguarda la sua mancata affiliazione allaP2. La domanda firmata era tra le carte sequestrate a
Gelli, che non aveva fatto in tempo a regolarizzarlo La seconda particolarità è quella di detenere il
Guinues dei primati per le previsioni sbagliate.
In quel clima molto collaborativo, la Telecom italiana manda
i suoi esploratori in Serbia per sondare il terreno. 'Tre anni dopo, nel 1997,
la vicenda si conclude con Pasquino della Telecom-Serbia, che chiameremo come è
stata poi chiamata, ovvero Telekom-Serbia. In quel periodo Milosevic non era più
il tanghero che incontrava Martino ma, avendo firmato la Pace di Dayton, figurava
come un pacificatore per la diplomazia
europea. Era un po’ come scambiare Nerone
per un pompiere, ma la diplomazia, sappiamo, non è sempre perfetta. Di conseguenza,
nella logica di una strategia regionale, l’entrare in Serbia aveva per Telecom
una sua razionalità. Peccato solo il fiume di denaro entrato nelle casse serbe
proprio quando Milosevic era alla vigilia delle elezioni e non era proprio in gran
forma. Nessuno, però, fece rilevare questo fatto. Nessuno, salvo Repubblica,
che scrisse un articolo molto critico su quel flusso di denaro. E lo stesso quotidiano scrisse un altro articolo in merito tre anni
dopo, all’indomani della caduta di Milosevic. Reazioni? Niente anche allora!
Questi episodi sono stati ricordati in quanto utili a comprendere quanto
succederà qualche anno più avanti.
Nel 1996 Berlusconi,
nel frattempo indagato anche per storie di mafia, falso in bilancio, frode fiscale
e, soprattutto, corruzione giudiziaria in compagnia del fedele avvocato Cesare
Previti, si ricandida alle elezioni politiche. Ma stavolta non gli va per
niente bene, perché viene sconfitto dal candidato del centrosinistra, dell’Ulivo,
Romano Prodi. Insieme ai vari guai giudiziari deve beccarsi anche Ia violenta
ostilità della Lega di Bossi, che aveva già da un po’ cominciato a sparare da
tutte le posizioni contro l’ex capoccia.
Il 6 maggio 1997 Mario Borghezio, leghista e
nazista (non è una invenzione, è vero), rivolge queste domande ai comandanti
della Gdf chiamati a informare la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul
fenomeno della mafia: “...Vorrei sapere, da un punto di vista quasi
storico, se è stata acquisita o se riteniate di dover acquisire la documentazione relativa all’archivio della Banca Rasini, inglobata dalla Banca Popolare di Lodi, una banca storica che viene citata da Sindona come banca propriamente mafiosa, mi
pare una citazione autorevole, in particolare sul presidente e sul vicepresidente Giuseppe e Dario Azzaretto, finanzieri
di Misilmeri, in provincia di
Palermo, in quanto, oltre alla citazione che ho fatto, l’inchiesta San
Valentino nel 1984 evidenziò che
moltissimi boss erano correntisti di
quella banca che quindi era considerata una vera e propria cassaforte della
mafia. La prosa non è granché, ma da Borghezio non pretendiamo molto, ma la richiesta è molto chiara. infatti,
come abbiamo già scritto, quella banca
teneva i depositi della mafia, perché
non si è indagato oltre? Perché la banca ha comunque continuato la sua attività fino a quando non è stata
incorporata nella Banca Popolare di Lodi?
Su la Padania del 26
aprile 1998, Max Parisi riporta nel suo articolo dove parla della “Decima puntata
della nostra inchiesta sull’Imi-Sir
- Novità sulla Banca Rasini, una lettera inviata da una signora, la baronessa
Maria Giuseppina Cordopatri, la quale così scrive: “Ho letto il suo servizio comparso
domenica sulla Padania, e ho notato che le mancano alcune fondamentali (seg. parte 32)
Qui 02/11/13
TUTTI I DITTATORI CHE BERLUSCONI HA "INCONTRATO," (anche comunisti sich!) SONO DIVENTATI SUOI AMICI. Per me non è strano.
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