Enrico Bondi, l’uomo candidato al ruolo di commissario straordinario per la spending review, vede così confermata ancora una volta la sua fama di risanatore, prima dei grandi gruppi italiani, e ora del bilancio pubblico. Vicino allo sbarco in Fiat alla fine del 2002, prima c’era stata la breve permanenza (terminata a febbraio 2003) alla guida di Premafin e della Sai, impegnata nella fusione con Fondiaria. Da Salvatore Ligresti, Bondi era stato chiamato nell’agosto 2002, quando aveva lasciato dopo 13 mesi l’incarico di amministratore delegato in Olivetti-Telecom, voluto da Marco Tronchetti Provera a seguito dell’acquisto del controllo da Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti.
Laureato in chimica, 78 anni, Bondi ha sempre mantenuto un basso profilo con poche esternazioni alla stampa. Alto, magro, riservato, si è spesso presentato come «un chimico, non esperto di scienze economiche». E proprio nella chimica, quella di Montedison, ha giocato quella che è stata, insieme a Parmalat, la sua sfida più importante. Dopo un passato alla Snia e alla Gilardini (allora della Fiat) fu chiamato da Enrico Cuccia a salvare la società di Foro Bonaparte sull’orlo della bancarotta per il crac Ferruzzi. Lontano dai riflettori, in perfetto stile Mediobanca, Bondi risale la voragine dei conti fallimentari.
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