Oggi parliamo di Pasolini, e della poesia Alla mia nazione (da La religione del mio tempo, 1961):
Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo
antico,
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.
Fa parte della sezione Nuovi epigrammi (1958-1959),
ed è una poesia che rischia forse, nel suo essere diventata per certi versi
alla moda, di scadere a frame dell’indignazione, perdendo la
dimensione letteraria. Quasi che
il citarla o il condividerla via blog o social
network esaurisca l’attività politica o culturale. Cerchiamo
allora di vederne alcune peculiarità.
C’è una grande assente in questa poesia, ed è la
parola «Italia», sostituita da «nazione». Pasolini sceglie dunque un tema vivo
della tradizione letteraria, quello della propria patria – pensiamo per
esempio a Italia mia, benché ’l parlar sia indarno di
Petrarca o All’Italia di Leopardi – ma lo fa senza il termine
che più caratterizza il tema. Altra grande assente è per l’appunto la parola
«patria», che esprime la
propria terra come «terra dei padri». Pasolini inoltre ricorre all’epigramma, e non alla forma-canzone
(come sarebbe più consono per una poesia civile), e dunque connota ancora di
più la propria poesia come «forza del passato», contrapposta al presente della
«nazione». E la parola «nazione» dà al concetto di patria un senso legato
al nascere, più che a un’appartenenza sviluppata e consolidata culturalmente.
Il poeta si rivolge perciò a chi è nato entro certi
confini, e non tanto a chi, entro quei confini, ha maturato un senso condiviso
di appartenenza («sei incosciente», verso 11). Ma solo dall’identità del
poeta (dall’essere cioè Pasolini italiano) noi sappiamo che egli si sta
rivolgendo all’Italia. E poiché non si riferisce a tratti universali, tale che
questa poesia potrebbe valere come critica a qualunque nazione moderna, ma a
tratti specifici (come
ad esempio alla forte tradizione cattolica), l’assenza di parole come «Italia»
e «patria» vale come un disconoscimento nel presente («sei
esistita… non esisti», verso 12).
Questa sottrazione di
parole tematiche e questo rifiuto verso la propria «nazione» lavorano in
particolare nei primi due versi, in cui la «nazione» è espressa per ciò
che non è («non… non… non… »), ricorrendo poi ad avversative da cui si dipana
il lungo elenco di figure e tratti miserabili.
Pasolini denuncia l’Italia borghese, il ceto allora
dominante, e lo fa sul finire degli anni Cinquanta, ossia all’alba del boom economico,
proprio quando la borghesia inizia la marcia trionfale nell’ebbrezza
consumista. Possiamo dunque dire che Alla mia nazione è una
poesia che non parla dell’Italia, come a una prima occhiata potrebbe far
intendere: è una poesia che parla del rapporto disgustato tra il poeta e il
ceto dominante dell’epoca, dominante in quanto massa (come nella forte
immagine «Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci», verso 8).
Dunque il poeta, nella tradizione che rappresenta, sente di non può accostare a
una simile classe dominante la parola «Italia», disconoscendo la borghesia in
quanto «patria». Sono figli senza padri degni di nota.
Lo stesso Pasolini, in Vie nuove, nel 1961
preciserà il concetto parlando dello scandalo prodotto da quella poesia nei
fascisti:
I fascisti rimproverano per esempio a una mia poesia
[Alla mia nazione] di essere offensiva alla patria, fino a sfiorare il reato di
vilipendio. Salvo poi a perdonarmi – nei casi migliori – perché sono un poeta,
cioè un matto. [...] Ecco cosa succede a fare discriminazione tra ideologia e
poesia: leggendo quel mio epigramma solo ideologicamente i fascisti ne desumono
il solo significato letterale, logico, che si configura come un insulto alla
patria. Ma poi, rileggendolo esteticamente, ne desumono un significato
puramente irrazionale, cioè insignificante. In realtà il momento logico e il
momento poetico, in quel mio epigramma coesistono, intimamente e
indissolubilmente fusi. La lettera dice, sì: la mia patria è indegna di stima e
merita di sprofondare nel suo mare: ma il vero significato è che, a essere
indegna di stima, a meritare di sprofondare nel mare, è la borghesia
reazionaria della mia patria, cioè la mia patria intesa come sede di una classe
dominante, benpensante, ipocrita e disumana.
Ecco dunque perché Alla mia nazione va
letta al di là del significato solamente letterale di disprezzo, e soprattutto
senza proiettare un proprio e generico sentimento di avversione verso la
contemporaneità.
HA SEMPRE DIMOSTRATO DI VEDERE LONTANO. LA POESIA E' DEL 61 E SEMBRA SCRITTA OGGI:
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