Dunque, non più comunista? Al contrario, “Ero,
sono e resterò un comunista”. Con un rimpianto, però. Un grande
rimpianto. Questo: “In
Italia”, diceva, “ci sono milioni di comunisti che non si sentono più
rappresentati. C’è
da spararsi con questa povera sinistra”. E già, perché nonostante il voto
elargito al Pd, lui in fondo sempre lo stesso è rimasto: “E di che dovrei
pentirmi? Sono stato tra i costruttori
di un grande partito. Certo, noi siamo poca cosa in confronto
ai fondatori, alla generazione di Palmiro Togliatti. Festeggio i miei 80 anni,
però a 19 mi sono ritrovato segretario a Sesto San Giovanni dove il
Pci aveva 18 mila iscritti in
una concentrazione operaia enorme” La mitica Sesto, con le grandi
fabbriche: Falck, Breda, Pirelli, Marelli. Altri tempi. E altra stoffa quella
dei dirigenti che guidavano la crescita del partito in ogni angolo della
penisola. Cossutta ne fa i nomi: “Napolitano a Napoli, Macaluso a Palermo, Reichlin a Roma, Pecchioli
a Torino, Fanti a Bologna”. E lui, modestamente, a
Milano. Un grande lavoro, una vita spesa a coltivare la passione rossa,
l’ideale comunista.
MAI PENTIRSI Il tema del pentimento,
appena accennato sopra, ecco una ferita sanguinante nella storia del Pci,
soprattutto rispetto ad alcuni passaggi drammatici della storia italiana e non solo. Ma guai ad insistere con
Cossutta. Critico e senza veli anche di fronte alle ammissioni di un leader di
Botteghe oscure del calibro di Pietro Ingrao: “Non mi
piace questo cospargersi il capo di cenere, crocifiggersi, fustigare quelli
che, con il senno di poi, Pietro ritiene i propri errori e che finiscono per
sembrare anche errori del
Pci. Il pentitismo”, sentenziava l’Armando, “non è
mai stato la mia vocazione, non capisco chi avverte il bisogno di pentirsi di
tutto per rimettere tutto in discussione”.
ORGOGLIO
COMUNISTA Pentirsi,
poi, ma di cosa? Per la cacciata dei compagni del Manifesto, accusati nel
1968 di movimentismo e di eccessive simpatie verso la
contestazione
giovanile? “Ma con le regole del partito la radiazione era inevitabile”,
sentenziava Cossutta. Per l’invasione
dell’Ungheria nel 1956? “Certo,
fu una tragedia e fu una sofferenza per molti, ma Togliatti non avrebbe potuto prendere una
posizione diversa. C’era
la Cortina di ferro e questa espressione non l’abbiamo coniata noi comunisti, ma Churchill. C’era l’equilibrio del
terrore, bastava un nulla per innescare un disastro”. E comunque: “Allora ero
giovane e da dirigente milanese condivisi la linea del partito. A sbagliare furono per primi i
comunisti ungheresi”. Proprio così. Per non parlare di Fidel Castro. La sua dittatura? “Auspico che
il castrismo evolva in un sistema
pienamente
democratico”, spiegava. “Ma non dimentico che lo stesso Castro
ha fatto cose grandiose in condizioni drammatiche, come i 40 anni di embargo. Nel 1973
passai un’intera notte con lui, gli portai in dono la bandiera della Brigata
Garibaldi dell’Oltrepò, quella che catturò Mussolini. Fidel rimase ore a farmi domande”.
SCELTE GIUSTE Testa alta, dunque, con qualche ammissione, ma
sempre fiero per carità della propria militanza e della propria appartenenza.
Certo, “errori ne ho fatti anch’io”,
ammetteva infine il compagno Armando. “Ne ho molti da rimproverarmi, sono
pronto a prendere anch’io il flagello, la cenere, il cilicio, però se ripenso alle grandi scelte ai miei
occhi appaiono ancora oggi giuste“. E via con le orgogliose
rivendicazioni: “Ho combattuto il fascismo, ho determinato la sopravvivenza
di una forza comunista dopo la
fine del Pci, ho scontato una scissione per salvare il primo governo di
sinistra nella storia d’Italia. E se dopo la caduta di Prodi fossimo andati
alle urne, il mio partito sarebbe decollato e quello di Bertinotti sarebbe
quasi scomparso. Però, avrebbe vinto la destra e al Quirinale sarebbe
salito Berlusconi. Da qui il mio sacrificio”. Come sempre, va da
sé, “nell’interesse del Paese”.
OLTRE AD ESSERE STATO IL PIU' FILO SOVIETICO DEL P.C.I. FU ANCHE UN GRANDE COMUNISTA ITALIANO SENZA PENTIMENTO ALCUNO, A DIFFERENZA DI ALTRI. Ciao, Compagno Armando Cossutta, la terra ti sia lieve.
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