Fassina chi? Così Renzi ha interrotto la domanda di un giornalista che gli stava chiedendo: «So che è allergico al termine rimpasto, ma Fassina...». Renzi lo ha guardato sorridendo ribattendo «chi?».

Subito dopo le dimissioni. «Le parole del segretario Renzi su di me confermano la valutazione politica che ho proposto in questi giorni: la delegazione del Pd al governo va resa coerente con il risultato congressuale. Non c'è nulla di personale. È questione politica. È un dovere lasciare per chi, come me, ha sostenuto un'altra posizione», ha spiegato Fassina.

«È responsabilità di Renzi, che ha ricevuto un così largo mandato - ha osservato ancora Fassina, nel motivare le sue dimissioni dal governo - proporre uomini e donne sulla sua linea». Di conseguenza «restituisco irrevocabilmente il mio incarico al presidente Letta. Ringrazio il presidente Letta per la fiducia che mi ha concesso. Ringrazio anche il ministro Saccomanni per l'opportunità che mi ha dato per lavorare con lui. Ringrazio i colleghi, il viceministro Casero e i sottosegretari Giorgetti e Baretta per l'ottima intesa che abbiamo avuto. Continuerò - ha concluso Fassina - a dare il mio contributo al governo Letta dai banchi della Camera».

La segreteria a Firenze. «È stata una discussione a 360 gradi, abbiamo parlato di scuola, ambiente e infrastrutture ma il tema centrale è stata la legge elettorale», ha spiegato Renzi al termine della riunione. «La prossima settimana tiriamo su la rete e tentiamo di chiudere», ha poi assicurato il segretario del Pd riferendosi alla riforma del sistema di voto.

Sulla legge elettorale «aspetto che Forza Italia decida è il secondo partito del Paese in termine posizione politica», ha continuato Renzi, aggungendo che sta aspettando «la disponibilità» dei partiti per gli incontri bilaterali, e ha poi scherzato ricordando che ci saranno dopo il ponte della Befana e aggiungendo: «C'è chi il ponte lo fa da 20 anni».

«Nessuno sta mettendo in discussione l'esistenza del governo, anzi: mette in difficoltà il governo chi lo vuole far stare fermo. Lo aiuta chi lo sprona a risolvere i problemi italiani», ha proseguito Renzi, assicurando che il suo piano non è una minaccia per il governo.

«Se l'unico problema di Alfano sulle nostre proposte sono le unioni civili ci va di lusso. Trovo invece discutibile che si possa obiettare mettendo in mezzo la famiglia: che cosa hanno fatto i governi Alfano-Giovanardi per la famiglia? Hanno azzerato il fondo per la famiglia. Se la famiglia è una cosa seria bisogna essere coerenti», ha sottolineato ancora il segretario del Pd.

«Chi oggi pone il tema delle unioni civili non vuole affrontare il punto centrale: in una settimana vogliamo una risposta sulla legge elettole. Non vorrei si utilizzasse un'arma distrazione di massa», ha aggiunto Renzi. Sui temi della famiglia «non mi farò scavalcare da Alfano e Giovanardi», ha poi sottolineato.

«Noi non vogliamo solo le unioni civili ma un Paese civile.Facciamo una trattativa con chi ci sta perché siamo un Paese che ha bisogno di risposte». Debora Serracchiani, presidente del Friuli Venezia Giulia e componente della segreteria Pd, aveva spiegato così in precedenza la linea del partito.

«Se vale il principio che il Parlamento è abusivo i primi abusivi sono i suoi, allora rinunci ai propri parlamentare e alle loro indennità. Il tema è invece che urge la riforma elettorale proprio per evitare di ritrovarci con un Parlamento di questo tipo», ha quindi osservato Renzi.

Il lavoro. «Entro la direzione del 16 intavoleremo una discussione con un sommario, serio documento che si aprirà al confronto con parlamentari e tecnici. Sono molto soddisfatto per la discussione che si è svolta oggi in segreteria», ha poi rilevato parlando dello stato dell'arte sul job act.

Lo spread? Merito di Draghi. «I dati sul calo della spread sono dati per cui ringraziare non solo i governi succeduti ma un italiano che ha lavorato nell'interesse dell'Europa: Mario Draghi, è suo il merito fondamentale», ha detto ancora Renzi.

«Il 3 per cento è un vincolo che nel corso degli anni è stato sforato da tanti paesi ma per noi è importante da difendere perché è il simbolo della battaglia del rigore dei conti. È stata una sorte di coperta di Linus per dire che noi saremmo rientrati nei parametri. Se mettiamo a posto i conti in casa nostra, allora il 3 per cento, che va comunque affrontato a livello europeo, può essere oggetto di discussione», ha quindi argomentato il segretario democrat.

Il tour della segreteria. Con la riunione della segretaria del Pd, oggi a Firenze, Renzi ha aperto un tour dell'Italia. «La faremo anche in altre città - ha spiegato - andremo dove si vota alle prossime elezioni amministrative. Ci sono 27 capoluoghi che voteranno il 25 di maggio. Sarà naturale riunire la segreteria anche in altri luoghi».

Le spese del Partito democratico saranno messe tutte on line«come alcune amministrazioni già fanno, compresa Firenze», ha infine assicurato Renzi. Che ha poi scherzato: «Il pranzo di oggi ce lo siamo autofinanziato con 17 euro, pausa caffè compresa».

Finanzieri alla banca popolare di Lodi:ci fornite estratti conto di Fininvest e Berlusconi?

informazioni che spiegano molte cose. Sono stata correntista della Banca Rasini dal 1980 al 1989. Ero titolare di due conti correnti, nonché di un fido di oltre 100 milioni circa il quale non mi erano mai state chieste garanzie di sorta perché venni presentata all’allora presidente e direttore generale dottor Dario Azzaretto  e da amici del vero proprietario  del  pacchetto azionario d maggioranza della banca. Formalmente era intestato alla famiglia Azzaretto   ma nella realtà era controllata da Giulio Andreotti. Il commendator  Giuseppe Azzaretto, padre di Dario, era all’epoca uomo di fiducia di Andreotti. Il punto saliente, ai fini della sua inchiesta giornalistica, che non è stato evidenziato è che quando la mafia siciliana si impossessa della banca Rasini, la banca è già di Andreotti. Lasciai la Banca Rasini quando la lasciarono gli Azzaretto, cui subentro, mi fu detto, una società svizzera”.
Prendiamo con cautela tale lettera, che Max Parisi ha invece preso molto sul serio. Non tanto per il fatto che c’è di mezzo Andreotti, in fin dei conti è pacifico che Azzaretto fosse un suo uomo.. Ma la Cordopatri  dice di Azzaretto  che è presidente,  e qui ci siamo, e direttore generale. Abbiamo visto che fino al giorno di San Valentino il direttore era Vecchione,  mantenuto in servizio, tra l’altro, fino all’87, nonostante fosse finito dentro. Nell’84 arrivarono due  svizzeri e la banca fini a Nino Rovelli. Piuttosto che Giuseppe, era logico che dopo riprendesse a fare il direttore generale Dario Azzaretto, che lo aveva già pur fatto per un paio di mesi.
Max  Parisi è prolifico nelle sue inchieste quasi settimanali contro Silvio Berlusconi. Sulla Padania del 19 agosto 1998, poi, rivolge dieci domande sotto il titolo: “Berlusconi sei un mafioso?”. Non avrà mai risposta. D'altronde “qualità” di Silvio Berlusconi è sempre stata quella di evitare risposte a domande scomode. E con Parisi c'è pure Umberto Bossi che, come abbiamo appena accennato poco sopra, rilascia dichiarazioni su dichiarazioni  sempre su Berlusconi, definito “il mafioso di Arcore.” Di Bossi vogliamo ricordare questa dichiarazione del 1995: “Non stringeremo mai più accordi né con il mafioso Berlusconi, uomo di Craxi e della P2, ne con il fascista forcaiolo Fini. La Lega correrà da sola per l’autodeterminazione dei popoli del Nord”. Dopo una simile dichiarazione potremmo dire che per fortuna in Italia ci sono persone “coerrenti” come Bossi.
Ed è una  calda giornata di agosto del 1998 quando la quiete della Banca Popolare di Lodi viene turbata da una visita inattesa. Un gruppo di uomini della Dia venuti da Palermo chiedono di vedere gli archivi della Banca Rasini (non è mai troppo tardi, diceva il maestro Manzi). Cercano su incarico del pool antimafia, nel ambito dell’inchiesta a carico di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri (inchiesta poi archiviata per Berlusconi, ma proseguita fino alla condanna per Dell'Utri) per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio di denaro della mafia, i conti correnti  Silvio Berlusconi e tutta la documentazione relativa alle 25 “Holding Italiana” che custodiscono il capitale della Fininvest. I pm Antonio Ingroia  e Nico Gozzo hanno spedito la Dia a Milano per ricostruire i finanziamenti alle Holding Italiana a cavallo tra gli anni 70 e 80, quando il finanziere Filippo Alberto Rapisarda, ex amico e poi accusatore di Dell'Utri, fa risalire i presunti  investimenti miliardari del capo della mafia Stefano Bontade nell’avventura televisiva di Berlusconi.
Alla richiesta di vedere le carte della Rasini l’ufficio legale della Popolare di Lodi cade, o finge di cadere, dalle nuvole: “Della Rosini e dei conti Fininvest non ci risulta nulla”. A quel punto il consulente della Procura Francesco Giuffrida, vicedirettore della Banca d’Italia a Palermo, tira fuori degli estratti conto dimostrante l’esistenza di alcuni conti correnti intestati a Berlusconi o riferibili alla Fininvest presso la Rasíni. A qualcuno dei banchieri lodigianí finalmente torna un pochino di memoria: “Ci deve essere un archivìsta in pensione che sa qualcosa”. Trovato l’archivista, visita con agenti e consulente all'ultimo piano della banca, dove si trovano gli archivi della Rasìnì, che sono sotto voci alquanto fantasiose, come ad esempio, parrucchiere, estetista e simili. E qui salta fuori almeno una parte di quello che gli inquirenti cercavano: la documentazione delle Holding Italiana. Si scopre che le Holding non sono 25, ma 38. Si scopre anche un patrimonio parallele di Berlusconi: 105 libretti al portatore accesi presso il Monte dei Paschi di Siena, la Banca Popolare di (S.P.33)

Qui  02/11/13

Rinascita Terracina: Berlusconi: 31 parte della sua storia

Rinascita Terracina: Berlusconi: 31 parte della sua storia: Belgrado . Una scelta decisamente spregiudicata, proprio negli anni in cui le truppe regolari e irregolari di Milosevic massacravano migli...

Berlusconi: 31 parte della sua storia

Belgrado. Una scelta decisamente spregiudicata, proprio negli anni in cui le truppe regolari e irregolari di Milosevic massacravano migliaia di musulmani. Praticamente si era in flagranza di reato. Malgrado l’embargo, le relazioni  Italo-jugoslave erano amichevoli, tanto che una delegazione serba andò a Torino, e il ministro degli Esteri  Antonio Martino era il benvenuto a Belgrado, dove la stampa governativa gli attribuisce frasi impegnative: “Il commercio cancellerà le tracce della guerra”. Per il governo Berlusconi Milosevic non è il problema, ma la soluzione. Si trattava, come dice Martino, di aiutarlo “ad uscire dall’isolamento. Corre rischi ad opera dei falchi del suo Paese. Senza la cooperazione internazionale sarebbe in pericolo”. Dobbiamo dire già fin d”ora che Antonio Martino ha due particolarità: la prima riguarda la sua mancata affiliazione allaP2. La domanda firmata era tra le carte sequestrate a Gelli, che non aveva fatto in tempo a regolarizzarlo La seconda particolarità è quella di detenere il Guinues dei primati per le previsioni sbagliate.
In quel clima molto collaborativo, la Telecom italiana manda i suoi esploratori in Serbia per sondare il terreno. 'Tre anni dopo, nel 1997, la vicenda si conclude con Pasquino della Telecom-Serbia, che chiameremo come è stata poi chiamata, ovvero Telekom-Serbia. In quel periodo Milosevic non era più il tanghero che incontrava Martino ma, avendo firmato la Pace di Dayton, figurava come un pacificatore per la diplomazia europea. Era un po’ come scambiare Nerone per un pompiere, ma la diplomazia, sappiamo, non è sempre perfetta. Di conseguenza, nella logica di una strategia regionale, l’entrare in Serbia aveva per Telecom una sua razionalità. Peccato solo il fiume di denaro entrato nelle casse serbe proprio quando Milosevic era alla vigilia delle elezioni e non era proprio in gran forma. Nessuno, però, fece rilevare questo fatto. Nessuno, salvo Repubblica, che scrisse un articolo molto critico su quel flusso  di denaro. E lo stesso quotidiano scrisse un altro articolo in merito tre anni dopo, all’indomani della caduta di Milosevic. Reazioni? Niente anche allora! Questi episodi sono stati ricordati in quanto utili a comprendere quanto succederà qualche anno più avanti.
Nel 1996 Berlusconi, nel frattempo indagato anche per storie di mafia, falso in bilancio, frode fiscale e, soprattutto, corruzione giudiziaria in compagnia del fedele avvocato Cesare Previti, si ricandida alle elezioni politiche. Ma stavolta non gli va per niente bene, perché viene sconfitto dal candidato del centrosinistra, dell’Ulivo, Romano Prodi. Insieme ai vari guai giudiziari deve beccarsi anche Ia violenta ostilità della Lega di Bossi, che aveva già da un po’ cominciato a sparare da tutte le posizioni contro l’ex capoccia.
Il  6 maggio 1997 Mario Borghezio, leghista e nazista (non è una invenzione, è vero), rivolge queste domande ai comandanti della Gdf chiamati a informare la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia: “...Vorrei sapere, da un punto di vista quasi storico, se è stata acquisita o se riteniate di dover acquisire la documentazione relativa all’archivio della Banca Rasini, inglobata dalla Banca Popolare di Lodi,   una banca storica che viene citata da Sindona come banca propriamente mafiosa, mi pare una citazione autorevole, in particolare sul presidente e sul vicepresidente Giuseppe e Dario Azzaretto, finanzieri  di Misilmeri, in provincia di Palermo, in quanto, oltre alla citazione che ho fatto, l’inchiesta San Valentino nel 1984 evidenziò che moltissimi boss erano correntisti di quella banca che quindi era considerata una vera e propria cassaforte della mafia. La prosa non è granché, ma da Borghezio non pretendiamo molto, ma la richiesta è molto chiara. infatti, come abbiamo già scritto, quella banca teneva i depositi della mafia, perché non si è indagato oltre? Perché la banca ha comunque continuato la sua attività fino a quando non è stata incorporata nella Banca Popolare di Lodi?
Su la Padania del 26 aprile 1998, Max Parisi riporta nel suo articolo dove parla della “Decima puntata della nostra inchiesta sull’Imi-Sir - Novità sulla Banca Rasini, una lettera inviata da una signora, la baronessa Maria Giuseppina Cordopatri, la quale così scrive: “Ho letto il suo servizio comparso domenica sulla Padania, e ho notato che le mancano alcune fondamentali (seg. parte 32)

Qui  02/11/13

Rinascita Terracina: Ci risiamo: sperpero di denaro pubblico.

Rinascita Terracina: Ci risiamo: sperpero di denaro pubblico.: 8 milioni di euro sequestrati al senatore del PDL  RICCARDO CONTI, indagato con il coordinatore  del PDL DENIS VERDINI per la compravendita...

Ci risiamo: sperpero di denaro pubblico.

8 milioni di euro sequestrati al senatore del PDL  RICCARDO CONTI, indagato con il coordinatore del PDL DENIS VERDINI per la compravendita di un immobile che in POCHE ORE fruttò al senatore CONTI 18 milioni di euro. Conti è indagato anche per truffa aggravata in concorso con Angelo Arcicasa , all'epoca presidente dell' ENPADP al quale l'immobile fu venduto a 44,5 milioni di euro. Denis Verdini, che avrebbe ricevuto da CONTI un milione di euro, è indagato per finanziamento illecito. 

Qui, 31/10/ 2013  

30esima parte della storia di Berlusconi, con Previti e company.


come Francesco Pacini Battaglia, quello della Karfineo di Ginevra, da cui transitavano le mazzette pagate a Psi e Dc dall’Eni. Ma una storia dove forse c'é anche qualcosa di diverso perché, quando il Rossi viene arrestato, nella valigetta il magistrato Antonio Di Pietro trova delle carte che non si aspettava. Spunta infatti  uno Strano fascicolo di appunti “riguardanti il Sismi (il servizio segreto militare) e l’organizzazione centrale della Difesa”. Questo la giustificazione di Giancarlo Rossi: “Al riguardo dichiaro che io ho ottimi rapporti con l’attuale ministro della Difesa Previti. Mi sono documentato sull'organigramma  della Difesa per parlarne con Cesare Previti, per scambiare con lui opinioni e dare le mie valutazioni”. Certo che come spiegazione è piuttosto singolare. Come se fosse normale che un tizio vada in giro con documenti sul Sismi e sulla Difesa. Infatti, ecco quello che si dice.
“L'arresto dell’agente di cambio romano Giancarlo Rossi...sta creando più di un imbarazzo al governo Berlusconi. E” stato lo stesso operatore di Borsa a rivelare i suoi rapporti con Cesare Previti, ministro della Difesa...al sostituto procuratore Antonio Dì Pietro. Previti ha replicato dicendo di avere visto Rossi  occasionalmente e di non aver mai fatto affari con lui. La realtà è un po' più complicata. Stefano Previti, figlio del ministro, avvocato come il padre, ha lavorato per il recupero crediti della Fincom, controllata fino al 1989 dalla famiglia Lefebvre d’Ovidio, e dallo stesso Rossi attraverso una quota minoritaria intestata alla sorella Stefania. C’è di più. In occasione delle ultime elezioni politiche Rossi ha svolto, durante la campagna elettorale. attività a favore di due candidati. Uno è il suo ex socio e agente di cambio Fabrizio Sacerdoti, già segretario della Dc romana quando Vittorio Sbardella ne era il leader incontrastato. Sacerdoti è stato eletto deputato nella lista “Forza Italia”. L’aItro candidato di Rossi era proprio Previti. Lo studio legale dell ”attuale ministro della Difesa era uno dei recapiti ufficiali di Rossi a Roma...Le relazioni Rossi/Previti, per quanto inquadrate in un rapporto fra professionisti, non sembrano proprio occasionali. E” stato Rossi, per esempio, a presentare Previti a Fabrizio Cerina, titolare del gruppo bancario/finanziario in liquidazione Attel. E alla luce di alcune circostanze, non sono casuali i rapporti fra società di Rossi e società appartenenti al gruppo Fininvest. Nel dicembre 1993 la Cofiniab di Rossi ha comprato per 3,3 miliardi di lire un immobile mila Edilnord di Paolo Berlusconi” (“ vittima” ,da sempre, del fratello più blasonato).
Nel settembre l994 la cupola berlusconiana decide di dotare il partito-azienda “Forza Italia” di un segretario politico. Candidato naturale sarebbe il suo creatore, Marcello Dell'Utri. Ma costui è un pochino bruciato per via di inchieste in cui e coinvolto e per via di certe frequentazioni mafiose. Allora il segretario non può essere che l”altra entità della Fininvest, l’avvocato e ministro Cesare Previti. Eletto con due soli voti: quello di Berlusconi e quello di Dell’Utri. Previti era il terzo uomo. Democrazia avanzata. .

Dopo che il 21 novembre '94 viene coinvolto nelle indagini sulle tangenti alla Guardia di Finanza,il 22 dicembre successivo Berlusconi e il suo governo è costretto a dimettersi per via di una mozione di sfiducia della Lega Nord, che non condivide più la sua politica sociale e preme per la risoluzione del conflitto  di interessi. Bisogna dire che all’epoca i leghisti avevano ancora un’etica. Nei quasi nove mesi di govemo, un parto in piena regola, Berlusconi con i suoi Sodalí non lascia certamente tracce memorabili. Aveva appena cominciato a farsi gli affari propri. Infatti il suo ministro del Tesoro, il commercialista Tremonti, aveva fatto passare una legge che prevedeva la detassazione degli utili reinvestíti, e Ia Fininvest aveva subito approfittato chiedendo al govemo se l’acquisto di film potesse essere considerato investimento detassabile, in modo da poter risparmiare circa 250 miliardi. Cosa pensate che abbia risposto il governo Berlusconi alla Fininvest di Berlusconi? Pensate, la Fininvest aveva nel 1993 debiti ammontanti alla “piccolissima” cifra di  4.500.000.000.000 di lire. Qualcuno doveva pur dargli una manina, no?                                                                                                                                                                       Ma nel suo periodo è riuscito a ribaltare la politica estera dell’Italia nei Balcani. Quanto prima era pericolosamente sbilanciata verso Zagabria, con lui si sbilancia altrettanto pericolosamente verso