Amministratore Antonio Alla
Rinascita Terracina: CINA : VERITÀ SULLA STRAGE DI NANCHINO
Rinascita Terracina: CINA : VERITÀ SULLA STRAGE DI NANCHINO: CINA: Verità sulla strage di Nanchino Solerti funzionari in guanti bianchi prelevano da una cassaforte quaderni ingialliti, rilegati e...
CINA : VERITÀ SULLA STRAGE DI NANCHINO
CINA: Verità sulla strage di Nanchino
Solerti funzionari in guanti bianchi
prelevano da una cassaforte quaderni ingialliti, rilegati e li mostrano, nel silenzio generale, al gruppo di giornalisti stranieri seduto
ai tavoli disposti a ferro di
cavallo.
È uno strappo alla burocrazia, questa volta, almeno, la testimonianza dei media è più che opportuna ma la tensione è palpabile davanti alle cicatrici della storia: ecco gli archivi di Nanchino, nati nel 1951, 329 volumi, oltre 340 mila files, la prova regina dello "stupro" subito nel 1937 dall'allora capitale cinese per mano degli invasori giapponesi.
Pagine fitte di nomi, mappe, codici di guerra, la traccia di un odio senza fine passato di generazione in generazione.
La Cina chiede il suggello del riconoscimento di crimine contro l'umanità proprio attraverso quelle carte che dimostrano l'agonia di un intero Paese.
Quel lampo di odio si è riacceso negli occhi dei presidenti Xi Jinping e Shinzo Abe mentre nella Great Hall of People si scambiavano una storica, gelida, stretta di mano, a chiusura di due lunghi anni di schermaglie a distanza, fomentate da quegli eventi della storia cino-giapponese che dividono ancora profondamente i due Paesi.
Nel dicembre di quell'anno orribile, a partire dal 13, le acque del fiume Yang-tze che lambisce Nanchino in pochi giorni si gonfiarono di cadaveri putrefatti, trecentomila vittime secondo i cinesi, in pochi comunque scamparono all'eccidio. Finita la guerra i tribunali alleati ne contarono 167mila, di morti, ma il punto è che gli studiosi negazionisti si misero a smontare pezzo dopo pezzo l'intera tragedia.
Invano. Ieri la Cina che ha un'inestinguibile sete di verità riconosciuta, ha celebrato la prima giornata nazionale in onore delle vittime di Nanchino, nel luglio scorso ha ottenuto il placet per la candidatura degli archivi di Nanchino nel programma dell'Unesco "Memoria del mondo", ha aperto gli archivi ai taccuini e agli obiettivi dei cronisti stranieri. Vuole che si sappia e che si racconti cosa è successo in quei giorni del dicembre del 1937.
Lanciato nel 1992, il programma punta a conservare gli archivi e i documenti patrimonio dell'umanità, dalla Magna Charta al Capitale autografato da Carlo Marx ai diari di Anna Frank.
I cinesi, che hanno nove richieste pendenti, chiedono di inserire con forza gli archivi di Nanchino, la loro pratica più scottante, nella Memoria collettiva.
Ci vorranno mesi, la valenza politica della candidatura, stigmatizzata subito dai giapponesi che hanno chiesto, inutilmente, a Pechino di fare un passo indietro, è palese.
Il Comitato DELL'UNESCO dovrà valutare tutte le variabili, "Memoria del mondo" raccoglie manoscritti, documenti rari e registrazioni di storia orale che davvero abbiano una comprovata portata globale. Un sì per la Cina sarebbe vissuto dal Giappone come uno smacco terribile, soprattutto se ricalcasse alla lettera i desiderata cinesi. Postato : 14/12/15
È uno strappo alla burocrazia, questa volta, almeno, la testimonianza dei media è più che opportuna ma la tensione è palpabile davanti alle cicatrici della storia: ecco gli archivi di Nanchino, nati nel 1951, 329 volumi, oltre 340 mila files, la prova regina dello "stupro" subito nel 1937 dall'allora capitale cinese per mano degli invasori giapponesi.
Pagine fitte di nomi, mappe, codici di guerra, la traccia di un odio senza fine passato di generazione in generazione.
La Cina chiede il suggello del riconoscimento di crimine contro l'umanità proprio attraverso quelle carte che dimostrano l'agonia di un intero Paese.
Quel lampo di odio si è riacceso negli occhi dei presidenti Xi Jinping e Shinzo Abe mentre nella Great Hall of People si scambiavano una storica, gelida, stretta di mano, a chiusura di due lunghi anni di schermaglie a distanza, fomentate da quegli eventi della storia cino-giapponese che dividono ancora profondamente i due Paesi.
Nel dicembre di quell'anno orribile, a partire dal 13, le acque del fiume Yang-tze che lambisce Nanchino in pochi giorni si gonfiarono di cadaveri putrefatti, trecentomila vittime secondo i cinesi, in pochi comunque scamparono all'eccidio. Finita la guerra i tribunali alleati ne contarono 167mila, di morti, ma il punto è che gli studiosi negazionisti si misero a smontare pezzo dopo pezzo l'intera tragedia.
Invano. Ieri la Cina che ha un'inestinguibile sete di verità riconosciuta, ha celebrato la prima giornata nazionale in onore delle vittime di Nanchino, nel luglio scorso ha ottenuto il placet per la candidatura degli archivi di Nanchino nel programma dell'Unesco "Memoria del mondo", ha aperto gli archivi ai taccuini e agli obiettivi dei cronisti stranieri. Vuole che si sappia e che si racconti cosa è successo in quei giorni del dicembre del 1937.
Lanciato nel 1992, il programma punta a conservare gli archivi e i documenti patrimonio dell'umanità, dalla Magna Charta al Capitale autografato da Carlo Marx ai diari di Anna Frank.
I cinesi, che hanno nove richieste pendenti, chiedono di inserire con forza gli archivi di Nanchino, la loro pratica più scottante, nella Memoria collettiva.
Ci vorranno mesi, la valenza politica della candidatura, stigmatizzata subito dai giapponesi che hanno chiesto, inutilmente, a Pechino di fare un passo indietro, è palese.
Il Comitato DELL'UNESCO dovrà valutare tutte le variabili, "Memoria del mondo" raccoglie manoscritti, documenti rari e registrazioni di storia orale che davvero abbiano una comprovata portata globale. Un sì per la Cina sarebbe vissuto dal Giappone come uno smacco terribile, soprattutto se ricalcasse alla lettera i desiderata cinesi. Postato : 14/12/15
INCAUTA SIGNORA ANNA GIANNETTI
Incauta signora Anna GIANNETTI,
Lei dice di non
conoscermi? Bene; però si è permessa di giudicarmi, oltre tutto, sulla base del
nulla: io sarei scorretto,
irrispettoso, senza trasparenza e, continua con imprudenza a dire che le
associazioni: “Il Salvagente e Rinascita Terracina” sono poche attive.
Complimenti, “non trovo parole per rispondere.” Lei continua con il dire in modo
assurdo che sono membro, insieme alle associazioni su menzionate del Suo/Vostro Gruppo,
però, nello stesso rigo Lei si contradice scrivendo: che “non abbiamo mai
partecipato o chiesto di
partecipare” poi aggiunge che la NOSTRA (non la vostra) Petizione Pubblica on line non viene
sostenuta dal SUO GRUPPO? e questo è un Vostro legittimo diritto che Noi del
“Salvagente” vi difenderemmo, da chiunque volesse negarvelo. Lei però
continuando con le Sue incaute rimostranze, cade sulla classica
buccia di banana, perché aggiunge : “a meno di chiarimenti in merito.” Questo è
per me inaudito, intollerabile, e rafforza in me che abbiamo fatto bene a non
aderire e che non potrei mai far parte di un Gruppo diretto? da una
persona che usa concetti che potremmo
declinare“MALISSIMO.” Ma non
voglio infierire perché mi consola un po’ il fatto: che incomincio a crederci che
io sia per Lei uno Sconosciuto. Il sottoscritto
ha sempre esercitato il diritto di essere Cittadino e mai suddito con i miei,
prima che con gli avversari, in tutte le situazioni, da dirigente politico e
delle associazioni di varie categorie che ho diretto, e da Amministratore, in maggioranza o all'opposizione.
I FATTI
Le Associazioni su
menzionate e la mia persona non abbiamo mai aderito al Suo/Vostro Gruppo. E quindi potrei chiuderla qui decidendo di cestinare
le Sue lamentele perché destituite di ogni fondamento; se non avessi molti amici sia su Facebook che
nella vita reale che avranno deciso di aderire, anche iscritti a nostre
associazioni, a cui devo rispetto a cominciare da Paolo Cerilli, Antonio
D’Ettorre, Paolo Alberto Giannetti, Filomena
Compagno e potrei continuare. Noi, già dal giugno del 2014 più di una volta ci
siamo soffermati a trattare l’individuazione di un percorso adeguato per
raggiungere un obiettivo fattibile e concreto: come assicurare le nostre acque
termali alla fruizione pubblica dei Cittadini; a noi è sembrato che ci siano
molti ostacoli da superare; Comunque da agosto 2015 siamo arrivati alla
determinazione
della Petizione
Pubblica on line per l’acqua Sulfurea e
Magnesa. E quindi la mia pagina più le
due pagine del “Salvagente” più il Blog di Rinascita Terracina più nostri attivisti e dirigenti, dai primi
giorni di settembre abbiamo inondato, e continueremo, facebook e non
solo, della nostra iniziativa e, molti sono stati invitati a firmare e a
invitare i propri amici di fare lo
stesso e via di questo passo. E’certo che “gli
invii” siano arrivati
a molti del SUO? Gruppo che sono anche nostri amici ed allora? Dovevamo
chiedervi il permesso? Pretesa Paradossale.
Non ho ritenuto giusto condividere la NOSTRA Petizione sul Vostro Gruppo
per rispetto. (ironia della sorte!) Era un sabato o una domenica quando si
tenuta la prima Vostra riunione, incontrai delle amicizie in comune che mi apostrofarono: ma
non vai all’acqua magnesa?
risposi no perché noi abbiamo scelto un altro
percorso per un obiettivo diverso;
perché avevamo già letto il Vostro invito alla riunione e ci rendemmo
conto che era DECISAMENTE OPPOSTO al nostro OBIETTIVO, quindi per
rispetto della Vostra scelta che NON condividiamo, e dove ripetiamo, essendoci
amici che rispetto, non abbiamo aderito. Lei voleva veramente che
condividessimo sul Vostro Gruppo?
perché non lo avete condiviso Voi? Potevate farlo,
il tempo, da settembre ad oggi non è stato abbastanza per decidere? quindi
deduco che sia stata una Vostra scelta; e Lei, cosa fa invece, dopo circa 3
mesi, a freddo mi riempie d’insulti, con stupide baggianate e qualche squallido
concetto; e sinceramente non capisco come il Suo Gruppo l’abbia potuto permettere.
Mi permetto io esprimerle,
qualche mio pensiero e, se vuole ne faccia tesoro: NON SERVE INSULTARE per
ESPRIMERSI anche con ASPREZZA contro Altri che hanno posizioni e concezioni
diverse dalle Sue; anche perché non tutti sono disposti ad accettare INSULTI
senza reagire, sia per vivere dei rapporti civili degni, sia perché INSULTARE è
un reato. Quindi si dia una calmata. Mi creda, per il Suo bene.
Qui il 22/11/15 - lo sconosciuto Antonio Alla.
FIRMIAMO PER RIPRISTINARE ALLA FRUIZIONE PUBBLICA LE SORGENTI DELL'ACQUA SULFURIA E MAGNESA
Invito a condividere per tutti e per i vostri "Amici. PER CHI E' D'ACCORDO : E' IMPORTANTE FIRMARE E FARE FIRMARE A TUTTI I VOSTRI AMICI "LA PETIZIONE PUBBLICA" PER RIPRISTINARE, ALLA FRUIZIONE DEI CITTADINI, " L'ACQUA SULFUREA E L'ACQUA MAGNESA"!
CLICCATE QUI SOTTO PER ATTIVARE LA PETIZIONE|
http://www.petizionepubblica.it/?pi=P2015N48185
CLICCATE QUI SOTTO PER ATTIVARE LA PETIZIONE|
http://www.petizionepubblica.it/?pi=P2015N48185
PER LEGGERE UN ARTICOLO OGGETTIVO SU LA RUSSIA, CI PENSA "FAMIGLIA CRISTIANA"
I MORTI RUSSI MUOIONO SEMPRE UN PO' MENO
05/11/2015 Per una settimana circa i media occidentali, a proposito dell'aereo
russo caduto sul Sinai, hanno rimosso l'ipotesi dell'attentato dell'Isis.
Perché? E perché non riconoscere che la Russia è un partner importante nella
lotta al terrorismo islamista?
A San
Pietroburgo, il cordoglio per le vittime dell'aereo russo abbattuto sul Siinai
(Reuters).
Per una settimana quasi tutti i media occidentali,
ritrosi come giovinette, han fatto di tutto per non parlare di terrorismo
islamico. Anche se c'era la rivendicazione dell'Isis. Anche se le compagnie aeree (fatto significativo: per prime quelle
delle monarchie del Golfo) annunciavano di aver sospeso i voli su quella rotta.
Anche se i voli russi verso le spiagge dell'Egitto sono frequentissimi e non si
era mai avuto notizia di problemi o incidenti.
Poi è arrivato il via libera americano: è stata una bomba, hanno detto i servizi segreti Usa, a far precipitare sul Sinai il jet con 224 turisti russi a bordo. Annuncio accompagnato da altre rinunce: inglesi e irlandesi hanno smesso di volare su quei cieli, e anche Easyjet si è tirata indietro. A quel punto, persino la libera stampa del mondo libero si è fatta avanti: forse è stato un attentato, dicono i giornali. Bravi, sette più.
E' un procedimento che non deve stupire. Anzi, è una vecchia storia. Risale alla seconda metà degli anni Novanta, dopo la prima guerra di Cecenia (1994-1996), quando il fronte degli indipendentisti guidato da Dzhokar Dudaev cominciò a essere infiltrato sempre più pesantemente dagli islamisti, già allora finanziati (quasi ogni giorno si apriva una nuova moschea) e organizzata (alcuni dei capi guerriglieri, peraltro in conflitto perenne con i capi locali, erano sauditi o giordani) dall'Arabia Saudita, e naturalmente favoriti e motivati dalla brutalità e dalle violenze dell'esercito russo.
Quando osservo i video dei boia dell'Isis mi capita di pensare alle esecuzioni sommarie, da parte dei ceceni, dei soldati catturati in battaglia, e soprattutto al caso di Evgenyj Rodionov e Andrej Trusov, due soldati semplici russi catturati in territorio ceceno e decapitati con regolare filmato, mentre due altri loro commilitoni venivano semplicemente fucilati. Per Rodionov, assassinato nel giorno del suo ventesimo compleanno, pende in Russia una "causa di santità" perché in punto di morte il soldato rifiutò di abiurare la fede cristiana e convertirsi all'islam.
I guerriglieri ceceni, come tutti ricordano, giusta o sbagliata che fosse la loro causa, compivano azioni degne del peggiore terrorismo: attaccavano gli ospedali civili (a Budionnovsk), massacravano gli studenti nelle scuole (a Beslan), prendevano in ostaggio gli spettatori nei teatri (a Mosca). I loro capi, intanto, sognavano la creazione di un califfato del Caucaso, almeno quindici anni prima che Al Baghdadi sognasse di crearne un altro tra Siria e Iraq.
Nonostante tutto questo, e molto altro che si potrebbe dire, il mondo occidentale si è sempre rifiutato di riconoscere che la Russia si era trovata (e in parte si trova ancora) a combattere con il terrorismo islamico. I ceceni erano di volta in volta "indipendentisti", "ribelli", "guerriglieri", "combattenti". Tutto tranne che "terroristi islamici", qualifica che col tempo abbiamo attribuito quasi a chiunque impugnasse un'arma.
La ragione è evidente: delegittimare la Russia, toglierle qualunque forma di riconoscimento internazionale, negare fino al ridicolo che potesse/possa avere un ruolo all'interno di una battaglia comune con l'Occidente. Ovvero, lasciare mano libera agli Usa in quella sorta di perenne e crudele esperimento sociologico che conducono in Medio Oriente e che, da George Bush a Obama, ha un unico esito: frammentare dove c'era unità (Iraq, Siria, Libia...), impoverire dove c'era un decente tenore di vita, rendere ancora più netti i contrasti tra religioni, etnie, popoli. Questa è la politica che, tra l'altro, rischia di portare all'estinzione le comunità cristiane del Medio Oriente. Comunità che, tra le altre cose, facevano da collante culturale e sociale a quei Paesi prima in qualche modo uniti e ora avviati verso una divisione di fatto (Iraq, Libia) o addirittura perseguita e auspicata come in Siria.
Poi è arrivato il via libera americano: è stata una bomba, hanno detto i servizi segreti Usa, a far precipitare sul Sinai il jet con 224 turisti russi a bordo. Annuncio accompagnato da altre rinunce: inglesi e irlandesi hanno smesso di volare su quei cieli, e anche Easyjet si è tirata indietro. A quel punto, persino la libera stampa del mondo libero si è fatta avanti: forse è stato un attentato, dicono i giornali. Bravi, sette più.
E' un procedimento che non deve stupire. Anzi, è una vecchia storia. Risale alla seconda metà degli anni Novanta, dopo la prima guerra di Cecenia (1994-1996), quando il fronte degli indipendentisti guidato da Dzhokar Dudaev cominciò a essere infiltrato sempre più pesantemente dagli islamisti, già allora finanziati (quasi ogni giorno si apriva una nuova moschea) e organizzata (alcuni dei capi guerriglieri, peraltro in conflitto perenne con i capi locali, erano sauditi o giordani) dall'Arabia Saudita, e naturalmente favoriti e motivati dalla brutalità e dalle violenze dell'esercito russo.
Quando osservo i video dei boia dell'Isis mi capita di pensare alle esecuzioni sommarie, da parte dei ceceni, dei soldati catturati in battaglia, e soprattutto al caso di Evgenyj Rodionov e Andrej Trusov, due soldati semplici russi catturati in territorio ceceno e decapitati con regolare filmato, mentre due altri loro commilitoni venivano semplicemente fucilati. Per Rodionov, assassinato nel giorno del suo ventesimo compleanno, pende in Russia una "causa di santità" perché in punto di morte il soldato rifiutò di abiurare la fede cristiana e convertirsi all'islam.
I guerriglieri ceceni, come tutti ricordano, giusta o sbagliata che fosse la loro causa, compivano azioni degne del peggiore terrorismo: attaccavano gli ospedali civili (a Budionnovsk), massacravano gli studenti nelle scuole (a Beslan), prendevano in ostaggio gli spettatori nei teatri (a Mosca). I loro capi, intanto, sognavano la creazione di un califfato del Caucaso, almeno quindici anni prima che Al Baghdadi sognasse di crearne un altro tra Siria e Iraq.
Nonostante tutto questo, e molto altro che si potrebbe dire, il mondo occidentale si è sempre rifiutato di riconoscere che la Russia si era trovata (e in parte si trova ancora) a combattere con il terrorismo islamico. I ceceni erano di volta in volta "indipendentisti", "ribelli", "guerriglieri", "combattenti". Tutto tranne che "terroristi islamici", qualifica che col tempo abbiamo attribuito quasi a chiunque impugnasse un'arma.
La ragione è evidente: delegittimare la Russia, toglierle qualunque forma di riconoscimento internazionale, negare fino al ridicolo che potesse/possa avere un ruolo all'interno di una battaglia comune con l'Occidente. Ovvero, lasciare mano libera agli Usa in quella sorta di perenne e crudele esperimento sociologico che conducono in Medio Oriente e che, da George Bush a Obama, ha un unico esito: frammentare dove c'era unità (Iraq, Siria, Libia...), impoverire dove c'era un decente tenore di vita, rendere ancora più netti i contrasti tra religioni, etnie, popoli. Questa è la politica che, tra l'altro, rischia di portare all'estinzione le comunità cristiane del Medio Oriente. Comunità che, tra le altre cose, facevano da collante culturale e sociale a quei Paesi prima in qualche modo uniti e ora avviati verso una divisione di fatto (Iraq, Libia) o addirittura perseguita e auspicata come in Siria.
OMAGGIO A PIER PAOLO PASOLINI, CON UNA SUA POESIA DEL 1961.
Oggi parliamo di Pasolini, e della poesia Alla mia nazione (da La religione del mio tempo, 1961):
Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo
antico,
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.
Fa parte della sezione Nuovi epigrammi (1958-1959),
ed è una poesia che rischia forse, nel suo essere diventata per certi versi
alla moda, di scadere a frame dell’indignazione, perdendo la
dimensione letteraria. Quasi che
il citarla o il condividerla via blog o social
network esaurisca l’attività politica o culturale. Cerchiamo
allora di vederne alcune peculiarità.
C’è una grande assente in questa poesia, ed è la
parola «Italia», sostituita da «nazione». Pasolini sceglie dunque un tema vivo
della tradizione letteraria, quello della propria patria – pensiamo per
esempio a Italia mia, benché ’l parlar sia indarno di
Petrarca o All’Italia di Leopardi – ma lo fa senza il termine
che più caratterizza il tema. Altra grande assente è per l’appunto la parola
«patria», che esprime la
propria terra come «terra dei padri». Pasolini inoltre ricorre all’epigramma, e non alla forma-canzone
(come sarebbe più consono per una poesia civile), e dunque connota ancora di
più la propria poesia come «forza del passato», contrapposta al presente della
«nazione». E la parola «nazione» dà al concetto di patria un senso legato
al nascere, più che a un’appartenenza sviluppata e consolidata culturalmente.
Il poeta si rivolge perciò a chi è nato entro certi
confini, e non tanto a chi, entro quei confini, ha maturato un senso condiviso
di appartenenza («sei incosciente», verso 11). Ma solo dall’identità del
poeta (dall’essere cioè Pasolini italiano) noi sappiamo che egli si sta
rivolgendo all’Italia. E poiché non si riferisce a tratti universali, tale che
questa poesia potrebbe valere come critica a qualunque nazione moderna, ma a
tratti specifici (come
ad esempio alla forte tradizione cattolica), l’assenza di parole come «Italia»
e «patria» vale come un disconoscimento nel presente («sei
esistita… non esisti», verso 12).
Questa sottrazione di
parole tematiche e questo rifiuto verso la propria «nazione» lavorano in
particolare nei primi due versi, in cui la «nazione» è espressa per ciò
che non è («non… non… non… »), ricorrendo poi ad avversative da cui si dipana
il lungo elenco di figure e tratti miserabili.
Pasolini denuncia l’Italia borghese, il ceto allora
dominante, e lo fa sul finire degli anni Cinquanta, ossia all’alba del boom economico,
proprio quando la borghesia inizia la marcia trionfale nell’ebbrezza
consumista. Possiamo dunque dire che Alla mia nazione è una
poesia che non parla dell’Italia, come a una prima occhiata potrebbe far
intendere: è una poesia che parla del rapporto disgustato tra il poeta e il
ceto dominante dell’epoca, dominante in quanto massa (come nella forte
immagine «Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci», verso 8).
Dunque il poeta, nella tradizione che rappresenta, sente di non può accostare a
una simile classe dominante la parola «Italia», disconoscendo la borghesia in
quanto «patria». Sono figli senza padri degni di nota.
Lo stesso Pasolini, in Vie nuove, nel 1961
preciserà il concetto parlando dello scandalo prodotto da quella poesia nei
fascisti:
I fascisti rimproverano per esempio a una mia poesia
[Alla mia nazione] di essere offensiva alla patria, fino a sfiorare il reato di
vilipendio. Salvo poi a perdonarmi – nei casi migliori – perché sono un poeta,
cioè un matto. [...] Ecco cosa succede a fare discriminazione tra ideologia e
poesia: leggendo quel mio epigramma solo ideologicamente i fascisti ne desumono
il solo significato letterale, logico, che si configura come un insulto alla
patria. Ma poi, rileggendolo esteticamente, ne desumono un significato
puramente irrazionale, cioè insignificante. In realtà il momento logico e il
momento poetico, in quel mio epigramma coesistono, intimamente e
indissolubilmente fusi. La lettera dice, sì: la mia patria è indegna di stima e
merita di sprofondare nel suo mare: ma il vero significato è che, a essere
indegna di stima, a meritare di sprofondare nel mare, è la borghesia
reazionaria della mia patria, cioè la mia patria intesa come sede di una classe
dominante, benpensante, ipocrita e disumana.
Ecco dunque perché Alla mia nazione va
letta al di là del significato solamente letterale di disprezzo, e soprattutto
senza proiettare un proprio e generico sentimento di avversione verso la
contemporaneità.
CINA E LA CRISI IN SIRIA.
La Cina torna a chiedere
la soluzione politica della crisi in Siria e una nuova conferenza a Ginevra.
Lo ha affermato oggi il
ministero degli Esteri di Pechino, commentando che l'intervento russo nel Paese
è avvenuto "su invito del governo siriano e mira a combattere il
terrorismo" nell'area. La risoluzione politica é "il modo
migliore" per terminare i disordini nel Paese, ha affermato la portavoce
Hua Chunying. La Cina, ha poi aggiunto Hua, chiede un "egualitario,
inclusivo e aperto dialogo" e una nuova conferenza sul tema sponsorizzata
dall'Onu dopo quelle a Ginevra del 2012 e del 2014. Già la settimana scorsa, da
New York, durante un vertice delle Nazioni Unite, il ministro degli Esteri
cinese, Wang Yi, aveva definito la risoluzione politica del conflitto come
"l'unica via d'uscita possibile", sottolineando che la Cina puo'
avere un "ruolo costruttivo" nella gestione della crisi.
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