ARMANDO COSSUTTA: parte di una intervista del 2009, dopo tre anni dall'addio alla politica attiva.

 Dunque, non più comunista? Al contrario,  “Ero, sono e resterò un comunista”. Con un rimpianto, però. Un grande rimpianto. Questo: “In Italia”, diceva, “ci sono milioni di comunisti che non si sentono più rappresentati. C’è da spararsi con questa povera sinistra”. E già, perché nonostante il voto elargito al Pd, lui in fondo sempre lo stesso è rimasto: “E di che dovrei pentirmi? Sono stato tra i costruttori di un grande partito. Certo, noi siamo poca cosa in confronto ai fondatori, alla generazione di Palmiro Togliatti. Festeggio i miei 80 anni, però a 19 mi sono ritrovato segretario a Sesto San Giovanni dove il Pci aveva 18 mila iscritti in una concentrazione operaia enorme” La mitica Sesto, con le grandi fabbriche: Falck, Breda, Pirelli, Marelli. Altri tempi. E altra stoffa quella dei dirigenti che guidavano la crescita del partito in ogni angolo della penisola. Cossutta ne fa i nomi: “Napolitano a Napoli, Macaluso a Palermo, Reichlin a Roma,  Pecchioli  a Torino, Fanti a Bologna”. E lui, modestamente, a Milano. Un grande lavoro, una vita spesa a coltivare la passione rossa, l’ideale comunista.
MAI PENTIRSI Il tema del pentimento, appena accennato sopra, ecco una ferita sanguinante nella storia del Pci, soprattutto rispetto ad alcuni passaggi drammatici della storia italiana e non solo. Ma guai ad insistere con Cossutta. Critico e senza veli anche di fronte alle ammissioni di un leader di Botteghe oscure del calibro di Pietro Ingrao: “Non mi piace questo cospargersi il capo di cenere, crocifiggersi, fustigare quelli che, con il senno di poi, Pietro ritiene i propri errori e che finiscono per sembrare anche errori del Pci. Il pentitismo”, sentenziava l’Armando, “non è mai stato la mia vocazione, non capisco chi avverte il bisogno di pentirsi di tutto per rimettere tutto in discussione”.
ORGOGLIO COMUNISTA Pentirsi, poi, ma di cosa? Per la cacciata dei compagni del Manifesto, accusati nel 1968 di movimentismo e di eccessive simpatie verso la contestazione 
giovanile? “Ma con le regole del partito la radiazione era inevitabile”, sentenziava Cossutta. Per l’invasione dell’Ungheria nel 1956? “Certo, fu una tragedia e fu una sofferenza per molti, ma Togliatti non avrebbe potuto prendere una posizione diversa. C’era la Cortina di ferro e questa espressione non l’abbiamo coniata noi comunisti, ma Churchill. C’era l’equilibrio del terrore, bastava un nulla per innescare un disastro”. E comunque: “Allora ero giovane e da dirigente milanese condivisi la linea del partito. A sbagliare furono per primi i comunisti ungheresi”. Proprio così. Per non parlare di Fidel Castro. La sua dittatura? “Auspico che il castrismo evolva in un sistema  pienamente democratico”, spiegava. “Ma non dimentico che lo stesso Castro ha fatto cose grandiose in condizioni drammatiche, come i 40 anni di embargo. Nel 1973 passai un’intera notte con lui, gli portai in dono la bandiera della Brigata Garibaldi dell’Oltrepò, quella che catturò Mussolini. Fidel rimase ore a farmi domande”.
SCELTE GIUSTE Testa alta, dunque, con qualche ammissione, ma sempre fiero per carità della propria militanza e della propria appartenenza. Certo, “errori ne ho fatti anch’io”, ammetteva infine il compagno Armando. “Ne ho molti da rimproverarmi, sono pronto a prendere anch’io il flagello, la cenere, il cilicio, però se ripenso alle grandi scelte ai miei occhi appaiono ancora oggi giuste“. E via con le orgogliose rivendicazioni: “Ho combattuto il fascismo, ho determinato la sopravvivenza di una forza comunista dopo la fine del Pci, ho scontato una scissione per salvare il primo governo di sinistra nella storia d’Italia. E se dopo la caduta di Prodi fossimo andati alle urne, il mio partito sarebbe decollato e quello di Bertinotti sarebbe quasi scomparso. Però, avrebbe vinto la destra e al Quirinale sarebbe salito Berlusconi. Da qui il mio sacrificio”. Come sempre, va da sé, “nell’interesse del Paese”.


Rinascita Terracina: CINA : VERITÀ SULLA STRAGE DI NANCHINO

Rinascita Terracina: CINA : VERITÀ SULLA STRAGE DI NANCHINO: CINA: Verità sulla strage di Nanchino Solerti funzionari in guanti bianchi prelevano da una cassaforte quaderni ingialliti, rilegati  e...

CINA : VERITÀ SULLA STRAGE DI NANCHINO

CINA: Verità sulla strage di Nanchino

Solerti funzionari in guanti bianchi prelevano da una cassaforte quaderni ingialliti, rilegati  e li mostrano, nel silenzio generale, al gruppo di giornalisti stranieri seduto ai tavoli disposti a ferro di cavallo. 
È uno strappo alla burocrazia, questa volta, almeno, la testimonianza dei media è più che opportuna ma la tensione è palpabile davanti alle cicatrici della storia: ecco gli archivi di Nanchino, nati nel 1951, 329 volumi, oltre 340 mila files, la prova regina dello "stupro" subito nel 1937 dall'allora capitale cinese per mano degli invasori giapponesi.
Pagine fitte di nomi, mappe, codici di guerra, la traccia di un odio senza fine passato di generazione in generazione.
La Cina chiede il suggello del riconoscimento di crimine contro l'umanità proprio attraverso quelle carte che dimostrano l'agonia di un intero Paese.
Quel lampo di odio si è riacceso negli occhi dei presidenti Xi Jinping e Shinzo Abe mentre nella Great Hall of People si scambiavano una storica, gelida, stretta di mano, a chiusura di due lunghi anni di schermaglie a distanza, fomentate da quegli eventi della storia cino-giapponese che dividono ancora profondamente i due Paesi.
Nel dicembre di quell'anno orribile, a partire dal 13, le acque del fiume Yang-tze che lambisce Nanchino in pochi giorni si gonfiarono di cadaveri putrefatti, trecentomila vittime secondo i cinesi, in pochi comunque scamparono all'eccidio. Finita la guerra i tribunali alleati ne contarono 167mila, di morti, ma il punto è che gli studiosi negazionisti si misero a smontare pezzo dopo pezzo l'intera tragedia.
Invano. Ieri la Cina che ha un'inestinguibile sete di verità riconosciuta, ha celebrato la prima giornata nazionale in onore delle vittime di Nanchino, nel luglio scorso ha ottenuto il placet per la candidatura degli archivi di Nanchino nel programma dell'Unesco "Memoria del mondo", ha aperto gli archivi ai taccuini e agli obiettivi dei cronisti stranieri. Vuole che si sappia e che si racconti cosa è successo in quei giorni del dicembre del 1937.
Lanciato nel 1992, il programma punta a conservare gli archivi e i documenti patrimonio dell'umanità, dalla Magna Charta al Capitale autografato da Carlo Marx ai diari di Anna Frank.
I cinesi, che hanno nove richieste pendenti, chiedono di inserire con forza gli archivi di Nanchino, la loro pratica più scottante, nella Memoria collettiva.

Ci vorranno mesi, la valenza politica della candidatura, stigmatizzata subito dai giapponesi che hanno chiesto, inutilmente, a Pechino di fare un passo indietro, è palese.
Il Comitato DELL'UNESCO dovrà valutare tutte le variabili, "Memoria del mondo" raccoglie manoscritti, documenti rari e registrazioni di storia orale che davvero abbiano una comprovata portata globale. Un sì per la Cina sarebbe vissuto dal Giappone come uno smacco terribile, soprattutto se ricalcasse alla lettera i desiderata cinesi.                                                                                              Postato : 14/12/15

INCAUTA SIGNORA ANNA GIANNETTI

Incauta signora Anna GIANNETTI,

Lei dice di non conoscermi? Bene; però si è permessa di giudicarmi, oltre tutto, sulla base del nulla: io sarei scorretto, irrispettoso, senza trasparenza e, continua con imprudenza a dire che le associazioni: “Il Salvagente e Rinascita Terracina” sono poche attive. Complimenti, “non trovo parole per rispondere.” Lei continua con il dire in modo assurdo che sono membro, insieme alle associazioni su menzionate del Suo/Vostro Gruppo, però, nello stesso rigo Lei si contradice scrivendo: che “non abbiamo mai partecipato  o chiesto di partecipare” poi aggiunge che la NOSTRA (non la vostra)  Petizione Pubblica on line non viene sostenuta dal SUO GRUPPO? e questo è un Vostro legittimo diritto che Noi del “Salvagente” vi difenderemmo, da chiunque volesse negarvelo. Lei però continuando con le Sue incaute rimostranze, cade sulla classica buccia di banana, perché aggiunge : “a meno di chiarimenti in merito.” Questo è per me inaudito, intollerabile, e rafforza in me che abbiamo fatto bene a non aderire e che non potrei mai far parte di un Gruppo diretto? da una persona che usa concetti che potremmo  declinare“MALISSIMO.”  Ma non voglio infierire perché mi consola un po’ il fatto: che incomincio a crederci che io sia per Lei uno Sconosciuto. Il sottoscritto ha sempre esercitato il diritto di essere Cittadino e mai suddito con i miei, prima che con gli avversari, in tutte le situazioni, da dirigente politico e delle associazioni di varie categorie che ho diretto, e da Amministratore, in maggioranza o all'opposizione.
I FATTI
Le Associazioni su menzionate e la mia persona non abbiamo mai aderito al Suo/Vostro Gruppo. E quindi  potrei chiuderla qui decidendo di cestinare le Sue lamentele perché destituite di ogni fondamento;  se non avessi molti amici sia su Facebook che nella vita reale che avranno deciso di aderire, anche iscritti a nostre associazioni, a cui devo rispetto a cominciare da Paolo Cerilli, Antonio D’Ettorre, Paolo Alberto Giannetti, Filomena Compagno e potrei continuare. Noi, già dal giugno del 2014 più di una volta ci siamo soffermati a trattare l’individuazione di un percorso adeguato per raggiungere un obiettivo fattibile e concreto: come assicurare le nostre acque termali alla fruizione pubblica dei Cittadini; a noi è sembrato che ci siano molti ostacoli da superare; Comunque da agosto 2015 siamo arrivati alla determinazione
della Petizione Pubblica on line per l’acqua Sulfurea e Magnesa.  E quindi la mia pagina più le due pagine del “Salvagente” più il Blog di Rinascita Terracina  più nostri attivisti e dirigenti, dai primi giorni di settembre abbiamo inondato, e continueremo, facebook e non solo, della nostra iniziativa e, molti sono stati invitati a firmare e a invitare  i propri amici di fare lo stesso e via di questo passo. E’certo che “gli
invii” siano arrivati a molti del SUO? Gruppo che sono anche nostri amici ed allora? Dovevamo chiedervi il permesso? Pretesa  Paradossale. Non ho ritenuto giusto condividere la NOSTRA Petizione sul Vostro Gruppo per rispetto. (ironia della sorte!) Era un sabato o una domenica quando si tenuta la prima Vostra riunione, incontrai delle  amicizie in comune che mi apostrofarono: ma non vai all’acqua magnesa?
risposi  no perché noi abbiamo scelto un altro percorso per un obiettivo diverso;  perché avevamo già letto il Vostro invito alla riunione e ci rendemmo conto che era DECISAMENTE OPPOSTO al nostro OBIETTIVO, quindi per rispetto della Vostra scelta che NON condividiamo, e dove ripetiamo, essendoci amici che rispetto, non abbiamo aderito. Lei voleva veramente che condividessimo sul Vostro Gruppo? 
perché non lo avete condiviso Voi? Potevate farlo, il tempo, da settembre ad oggi non è stato abbastanza per decidere? quindi deduco che sia stata una Vostra scelta; e Lei, cosa fa invece, dopo circa 3 mesi, a freddo mi riempie d’insulti, con stupide baggianate e qualche squallido concetto; e sinceramente non capisco come il Suo Gruppo l’abbia potuto permettere.
Mi permetto io esprimerle, qualche mio pensiero e, se vuole ne faccia tesoro: NON SERVE INSULTARE per ESPRIMERSI anche con ASPREZZA contro Altri che hanno posizioni e concezioni diverse dalle Sue; anche perché non tutti sono disposti ad accettare INSULTI senza reagire, sia per vivere dei rapporti civili degni, sia perché INSULTARE è un reato. Quindi si dia una calmata. Mi creda, per il Suo bene.
                                        Qui il 22/11/15 - lo sconosciuto  Antonio Alla.


FIRMIAMO PER RIPRISTINARE ALLA FRUIZIONE PUBBLICA LE SORGENTI DELL'ACQUA SULFURIA E MAGNESA

Invito a condividere per tutti e per i vostri "Amici. PER CHI E' D'ACCORDO : E' IMPORTANTE FIRMARE E FARE FIRMARE A TUTTI I VOSTRI AMICI "LA PETIZIONE PUBBLICA" PER RIPRISTINARE, ALLA FRUIZIONE DEI CITTADINI, " L'ACQUA SULFUREA E L'ACQUA MAGNESA"!


CLICCATE QUI SOTTO PER ATTIVARE LA PETIZIONE|



http://www.petizionepubblica.it/?pi=P2015N48185

PER LEGGERE UN ARTICOLO OGGETTIVO SU LA RUSSIA, CI PENSA "FAMIGLIA CRISTIANA"

I MORTI RUSSI MUOIONO SEMPRE UN PO' MENO
05/11/2015  Per una settimana circa i media occidentali, a proposito dell'aereo russo caduto sul Sinai, hanno rimosso l'ipotesi dell'attentato dell'Isis. Perché? E perché non riconoscere che la Russia è un partner importante nella lotta al terrorismo islamista?

A San Pietroburgo, il cordoglio per le vittime dell'aereo russo abbattuto sul Siinai (Reuters).

Per una settimana quasi tutti i media occidentali, ritrosi come giovinette, han fatto di tutto per non parlare di terrorismo islamico. Anche se c'era la rivendicazione dell'Isis. Anche se le compagnie aeree (fatto significativo: per prime quelle delle monarchie del Golfo) annunciavano di aver sospeso i voli su quella rotta. Anche se i voli russi verso le spiagge dell'Egitto sono frequentissimi e non si era mai avuto notizia di problemi o incidenti.

Poi è arrivato il via libera americano: 
è stata una bomba, hanno detto i servizi segreti Usa, a far precipitare sul Sinai il jet con 224 turisti russi a bordo. Annuncio accompagnato da altre rinunce: inglesi e irlandesi hanno smesso di volare su quei cieli, e anche Easyjet si è tirata indietro. A quel punto, persino la libera stampa del mondo libero si è fatta avanti: forse è stato un attentato, dicono i giornali. Bravi, sette più.

E' un procedimento che non deve stupire. Anzi, è una vecchia storia. 
Risale alla seconda metà degli anni Novanta, dopo la prima guerra di Cecenia (1994-1996), quando il fronte degli indipendentisti guidato da Dzhokar Dudaev cominciò a essere infiltrato sempre più pesantemente dagli islamisti, già allora finanziati (quasi ogni giorno si apriva una nuova moschea) e organizzata (alcuni dei capi guerriglieri, peraltro in conflitto perenne con i capi locali, erano sauditi o giordani) dall'Arabia Saudita, e naturalmente favoriti e motivati dalla brutalità e dalle violenze dell'esercito russo.

Quando osservo i video dei boia dell'Isis mi capita di pensare alle esecuzioni sommarie, da parte dei ceceni, dei soldati catturati in battaglia, e soprattutto
 al caso di Evgenyj Rodionov e Andrej Trusov, due soldati semplici russi catturati in territorio ceceno e decapitati con regolare filmato, mentre due altri loro commilitoni venivano semplicemente fucilati. Per Rodionov, assassinato nel giorno del suo ventesimo compleanno, pende in Russia una "causa di santità" perché in punto di morte il soldato rifiutò di abiurare la fede cristiana e convertirsi all'islam.

I guerriglieri ceceni, come tutti ricordano, giusta o sbagliata che fosse la loro causa,
 compivano azioni degne del peggiore terrorismo: attaccavano gli ospedali civili (a Budionnovsk), massacravano gli studenti nelle scuole (a Beslan), prendevano in ostaggio gli spettatori nei teatri (a Mosca). I loro capi, intanto, sognavano la creazione di un califfato del Caucaso, almeno quindici anni prima che Al Baghdadi sognasse di crearne un altro tra Siria e Iraq.

Nonostante tutto questo, e molto altro che si potrebbe dire, il mondo occidentale si è sempre rifiutato di riconoscere che la Russia si era trovata (e in parte si trova ancora) a combattere con il terrorismo islamico. I ceceni erano di volta in volta "indipendentisti", "ribelli", "guerriglieri", "combattenti". Tutto tranne che "terroristi islamici", qualifica che col tempo abbiamo attribuito quasi a chiunque impugnasse un'arma.

La ragione è evidente: delegittimare la Russia, toglierle qualunque forma di riconoscimento internazionale, negare fino al ridicolo che potesse/possa avere un ruolo all'interno di una battaglia comune con l'Occidente. Ovvero,
 lasciare mano libera agli Usa in quella sorta di perenne e crudele esperimento sociologico che conducono in Medio Oriente e che, da George Bush a Obama, ha un unico esito: frammentare dove c'era unità (Iraq, Siria, Libia...), impoverire dove c'era un decente tenore di vita, rendere ancora più netti i contrasti tra religioni, etnie, popoli. Questa è la politica che, tra l'altro, rischia di portare all'estinzione le comunità cristiane del Medio Oriente. Comunità che, tra le altre cose, facevano da collante culturale e sociale a quei Paesi prima in qualche modo uniti e ora avviati verso una divisione di fatto (Iraq, Libia) o addirittura perseguita e auspicata come in Siria.

OMAGGIO A PIER PAOLO PASOLINI, CON UNA SUA POESIA DEL 1961.




Oggi parliamo di Pasolini, e della poesia Alla mia nazione (da La religione del mio tempo, 1961):

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico,
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Fa parte della sezione Nuovi epigrammi (1958-1959), ed è una poesia che rischia forse, nel suo essere diventata per certi versi alla moda, di scadere a frame dell’indignazione, perdendo la dimensione letteraria. Quasi che il  citarla o il condividerla via blog o social network  esaurisca l’attività politica o culturale. Cerchiamo allora di vederne alcune peculiarità.
C’è una grande assente in questa poesia, ed è la parola «Italia», sostituita da «nazione». Pasolini sceglie dunque un tema vivo della tradizione letteraria, quello della propria patria – pensiamo per esempio a Italia mia, benché  ’l parlar sia indarno di Petrarca o All’Italia di Leopardi – ma lo fa senza il termine che più caratterizza il tema. Altra grande assente è per l’appunto la parola «patria», che esprime la propria terra come «terra dei padri». Pasolini inoltre ricorre all’epigramma, e non alla forma-canzone (come sarebbe più consono per una poesia civile), e dunque connota ancora di più la propria poesia come  «forza del passato», contrapposta al presente della «nazione». E la parola «nazione» dà al concetto di patria un senso legato al nascere, più che a un’appartenenza sviluppata e consolidata culturalmente.
Il poeta si rivolge perciò a chi è nato entro certi confini, e non tanto a chi, entro quei confini, ha maturato un senso condiviso di appartenenza («sei incosciente», verso 11). Ma solo dall’identità del poeta (dall’essere cioè Pasolini italiano) noi sappiamo che egli si sta rivolgendo all’Italia. E poiché non si riferisce a tratti universali, tale che questa poesia potrebbe valere come critica a qualunque nazione moderna, ma a tratti specifici (come ad esempio alla forte tradizione cattolica), l’assenza di parole come «Italia» e «patria» vale come un disconoscimento nel presente («sei esistita… non esisti», verso 12).
Questa sottrazione di parole tematiche e questo rifiuto verso la propria «nazione» lavorano in particolare nei primi due versi, in cui la «nazione» è espressa per ciò che non è («non… non… non… »), ricorrendo poi ad avversative da cui si dipana  il lungo elenco di figure e tratti miserabili.
Pasolini denuncia l’Italia borghese, il ceto allora dominante, e lo fa sul finire degli anni Cinquanta, ossia all’alba del boom economico, proprio quando la borghesia inizia la marcia trionfale nell’ebbrezza consumista. Possiamo dunque dire che Alla mia nazione è una poesia che non parla dell’Italia, come a una prima occhiata potrebbe far intendere: è una poesia che parla del rapporto disgustato tra il poeta e il ceto dominante dell’epoca, dominante in quanto massa (come nella forte immagine «Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci», verso 8). Dunque il poeta, nella tradizione che rappresenta, sente di non può accostare a una simile classe dominante la parola «Italia», disconoscendo la borghesia in quanto «patria». Sono figli senza padri degni di nota.
Lo stesso Pasolini, in Vie nuove, nel 1961 preciserà il concetto parlando dello scandalo prodotto da quella poesia nei fascisti:
I fascisti rimproverano per esempio a una mia poesia [Alla mia nazione] di essere offensiva alla patria, fino a sfiorare il reato di vilipendio. Salvo poi a perdonarmi – nei casi migliori – perché sono un poeta, cioè un matto. [...] Ecco cosa succede a fare discriminazione tra ideologia e poesia: leggendo quel mio epigramma solo ideologicamente i fascisti ne desumono il solo significato letterale, logico, che si configura come un insulto alla patria. Ma poi, rileggendolo esteticamente, ne desumono un significato puramente irrazionale, cioè insignificante. In realtà il momento logico e il momento poetico, in quel mio epigramma coesistono, intimamente e indissolubilmente fusi. La lettera dice, sì: la mia patria è indegna di stima e merita di sprofondare nel suo mare: ma il vero significato è che, a essere indegna di stima, a meritare di sprofondare nel mare, è la borghesia reazionaria della mia patria, cioè la mia patria intesa come sede di una classe dominante, benpensante, ipocrita e disumana.

Ecco dunque perché Alla mia nazione va letta al di là del significato solamente letterale di disprezzo, e soprattutto senza proiettare un proprio e generico sentimento di avversione verso la contemporaneità.